Non posso licenziarti? Allora ti mobbizzo: la testimonianza di Alessia

ABSTRAT SINTESI DELL’ARTICOLO.

 

 

 

 

 

Non posso licenziarti? Allora ti mobbizzo: La testimonianza di Alessia, donna forte che ad un tratto ha ceduto di colpo, prima sconfitta dell’ASSOCIAZIONE AMICO ONLUS, ma prima sconfitta anche della nostra intera società che non l’ha saputa tutelare e proteggere.

ARTICOLO

Non posso licenziarti? Allora ti mobbizzo: testimonianze.

”…Questo convegno vogliamo dedicarlo a te che per privacy chiameremo Alessia: una nostra fruitrice che sta lottando contro la morte a causa delle continue vessazioni e ricatti sessuali subiti da parte del suo datore di lavoro come evidenziato dalla Clinica del Lavoro di Milano nella diagnosi conclusiva di un day-hospital al quale si è a suo tempo sottoposta. Alessia fino a poco tempo fa stava bene, come è sempre stata. Stava bene…ma doveva andare in un motel se voleva che il datore di lavoro le corrispondesse lo stipendio. Poi ci incontrò e capì come mai tornando a casa con il suo stipendio doveva farsi la doccia perché si sentiva sporca…e non volle più sentirsi così. Contro tutti e tutto (persino noi pensammo che ciò fosse troppo) si presentava tutti i giorni al lavoro, ma mettendo bene in chiaro che con lui voleva solo lavorare ed esser retribuita come ogni essere umano ha diritto. Lei è una donna forte e combatteva la sua battaglia, anche legale, anche per le altre donne (che aveva scoperto) erano venute prima di lei e sarebbero venute dopo.

E a te Alessia, donna forte che ad un tratto ha ceduto di colpo, che sei la nostra prima sconfitta, a tutte le Alessia che la nostra società sconfitta non ha saputo tutelare e proteggere, noi diciamo che il Mobbing, vocabolo abusato, ma piaga professionale dolente non è un fenomeno nuovo, esiste da sempre anche se è recente la sua chiara individuazione e trattazione.

Questa violenza, che non è mai insignificante e spesso si estrinseca anche nelle molestie sessuali strumentalmente attuate al fine di intimorire o avvilire la persona, si concretizza nel sistema: una spirale perversa che nessuno riesce ad interrompere.

Un sistema usato per eliminare le persone” .

Ed Alessia è stata eliminata dal suo mobber, nell’indifferenza assoluta delle Istituzioni che dovrebbero tutelare il cittadino, ma di fatto, gli sono ostili ed alle quali gridiamo: – giustizia e vergogna! –.

Giustizia per un cambiamento culturale dei valori individuali, degli atteggiamenti, delle espressioni verbali e delle modalità di interazione che il nostro Stato non dimostra di voler concretamente attuare. Vergogna per tutte quelle Strutture preposte a farlo e non lo fanno, compresa la Magistratura che in questo caso ha permesso al suo mobber di perpetrare nel futuro le abominevoli azioni contestategli da Alessia (già recidivo perché eseguite nel passato su altre persone).

Dopo averle dedicato il nostro ultimo convegno di Varese e, come consuetudine da quando si è rivolta all’ASSOCIAZIONE AMCO ONLUS, abbiamo preso per mano Alessia e il 14 gennaio l’abbiamo accompagnata anche al cimitero (perché di mobbing si può anche morire).

 

 

 

 

 

Nel maggio 2003 Alessia conosceva il sig. Mobber che la circuiva a tal punto da proporle di svolgere la propria attività lavorativa  presso la Società della quale era amministratore unico  convincendola a licenziarsi dal proprio posto di lavoro, assumendola con lettera di assunzione a tempo indeterminato e inquadramento nella categoria di segretaria amministrativa che faceva capo a regolare C.C.N.L., ma corrispondendole lo stipendio a conclusione di una notte in motel di sua scelta dove le richieste sessuali divenivano sempre più insostenibili per questa bella donna che, sola, oltre che sostentarsi, aveva deciso di sottrarsi a questi ricatti cercando un altro lavoro che all’età di cinquantasei anni non riusciva più a trovare.

A seguito di un controllo presso la competente INPS scoprivamo che la posizione lavorativa della signora Alessia non era mai stata regolarizzata e che il contratto di lavoro non era mai stato registrato.

Oltre che a ribellarsi alle perverse richieste sessuali (ribellione per la quale iniziavano ad intensificarsi le molestie morali da parte del datore di lavoro che non le corrispondeva da mesi lo stipendio e la minacciava di licenziamento), Alessia, con coraggio, si rivolgeva dapprima alla Procura della Repubblica denunciando più volte la sua indigenza ed i soprusi e poi alla Commissione Provinciale del Lavoro dove il datore di lavoro risultava contumace.

L’8 settembre 2005 Alessia (che era sempre di sana e robusta costituzione fisica) veniva ricoverata d’urgenza presso l’ospedale cittadino ove moriva con il conforto del Cappellano.

In seguito al suo ricovero, si attivavano i legali dell’Associazione che già la supportavano penalmente e civilmente i quali, prendendo a cuore la vicenda, presentavano anche il ricorso ex art. 700 c.p.c. (ricorso d’urgenza al Giudice del Lavoro) nella speranza di arrivare in tempo a darle quella giustizia e dignità che fortemente Alessia chiedeva. 

Mentre la Giustizia penale taceva, il Giudice del Lavoro Adito, con articolata sentenza del 28/12 pur dandole ragione, le respingeva il ricorso d’urgenza nonostante il datore di lavoro fosse stato dichiarato contumace anche in occasione delle udienze avanti al Tribunale del lavoro.

Tale sentenza trasmetteva il ricorso alla sede INPS competente al fine di esplicare le formalità di rito e prendere i provvedimenti per procedere col normale iter del ricorso di lavoro.

Oltre ad attendere inutilmente che la macchina della Giustizia, anche Amministrativa, si mettesse in moto (diritto che  ancor oggi attendiamo), a nome di Alessia, il 16 gennaio 2006, il Presidente dell’ASSOCIAZIONE AMICO ONLUS informava dell’avvenuto decesso:

Egregi Avvocati,

nel ringraziarVi per la collaborazione offerta che ha permesso alla sig.ra in oggetto di ricorrere avanti al Giudice del Lavoro …come da sua volontà, Vi presento i sensi della riconoscenza che la signora nutriva per Voi e che avrebbe voluto estrinsecare telefonicamente il giorno dell’udienza … Ciò non le è stato consentito dal suo stato di salute perchè non poteva nè più scrivere, nè parlare.

A suo nome e dell’Associazione Amico Onlus che rappresento, quindi, Vi porgo un sentito grazie e l’ammirazione per la Vostra generosità.

Egr. Giudice Adito,

la presente per informarLa che la sig.ra Alessia, ricorrente nel giudizio di Lavoro a Lei assegnato e il cui ricorso è stato rigettato …, è deceduta mercoledì 11 gennaio u.s. alle ore 11,20 presso …l’Ospedale cittadino.

Il mobber contumace non veniva avvisato perché,  probabilmente, impegnato impunemente in attività similari a quelle che hanno ucciso Alessia.

Ora Alessia è incasellata nella nostra banca dati tra gli utenti obsoleti ma è sempre presente nei nostri cuori e specialmente nel nostro gruppo di auto mutuo aiuto che l’ha sempre sorretta nei momenti tragici che l’hanno devastata e l’ha accompagnata, presente, il giorno del suo funerale.

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